ANNO 1983

Restando immobile su uno di questi tanti cumuli
di sabbia, con le isole Tremiti alle mie spalle,
ammiro come non mai Torre Mileto, U Mund'dèvjh,
Sand Pétr, Pal'mmêr, U Chjangôn,
la Cima ó Sfrizz, la Còppa u Murtâl  e la Chjàna
d la Màc’na che non vedo e  immagino
col suo manto di mandorli in fiore a primavera,
U Casîn d’ Mója, la Massarìja d Zaccagnîn
e la Tufara, ogni cosa  immersa fra alberi
d vuliva e vuluvastr, péra e pp’razz, fìcura
e fuch'rarìnja, pr'côch e pp’rûn, c’râs
e nèsplaccjappûn, e infiniti cespugli d vucàca
che mi ricordano la corona di spine che fu posta
sul capo di Gesù poco prima di essere
inchiodato sulla croce.

L’emozione e la gioia che provo in questo momento,
per il panorama che mi sta davanti, è tale che l’anima
mi si apre e la mente mi riporta all’ infanzia,
alla fanciullezza e alla giovinezza,
facendo capolino a quando, per sopravvivere,
dovetti adeguarmi a lavori di poco conto
e poco guadagno: duemila lire al mese, un chilo di sale,
un litro d’olio e circa quaranta chilogrammi (nu tòmm’l)
di grano (senza contributi); poiché dovevo sfamare di già
anche la mia consorte che attendeva ansiosa il mio
rientro dalla campagna, dopo giorni e giorni
di assenza e che, premurosa, mi aiutava persino
a lavarmi i piedi come Gesù fece a sua volta
con gli Apostoli; e i  Papi, i Vescovi e i preti, ancora oggi
seguono l’esempio umile e umanitario.

Più sù, molto più in là della Tufara, al curvone della
strada, oggi asfaltata, ma ieri bianca e polverosa,
a quel caseggiato abbandonato, (d Paparôl).
con le vacche al pascolo, all’ombra di un qualsiasi
albero che costeggia la strada che porta in paese,
mio nonno, che non aveva frequentato la quinta
elementare come me, mi citava dei brani della
Divina Commedia e della Sacra Bibbia.

Mi insegnò persino le ventuno lettere dell’alfabeto
italiano, facendomele scrivere, continuamente,
con una punta di lappz su un piccolissimo taccuino
che lui portava con sé; e  ricordo con affetto
la domanda che mi  rivolgeva felicemente così:
“Pasqualino, a chi vuoi bene di più?”
Ed io gli rispondevo: ”A Gesù, alla Madonna
e al nonno materno!”:

Prima di inoltrarmi nelle molteplici curve,
che portano al ponte di Tarandôn, costeggiato
dal Monte Papagghjôn, getto un’occhiata
a destra e sinistra.

Le palazzine recenti e meno recenti, come
il santuario d Mamma Lucìja, hanno infranto
lo spazio colto e incolto dove l’erba e i papaveri
variopinti, senza parlare, annunciavano:
“È maggio e tu, bracciante, tra non molto
verrai a raccogliere le fresche fave, i piselli
e il grano che io, madre terra,
tutti gli anni ti  offro”.

 

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